MODA LOW COST, UN TREND NECESSARIO IN TEMPI DI CRISI

ROMA – Recuperare, risparmiare, reinventare. Se persino la moglie del candidato democratico alla guida degli Stati Uniti, Barack Obama veste low cost, c’é il rischio che diventi persino trend spendere cifre ragionevoli in tempi di carovita oltre che disperatamente necessario per far quadrare i conti. Tra outlet, mercatini, indirizzi giusti in ogni città c’é tutto un percorso ad ostacoli per contenere la spesa ed essere alla moda. Aiuta il fatto che da anni ormai il pret a porter, il pronto moda, propone tutto e il contrario di tutto, vita bassa e vita alta, gonnelloni e minigonne, pianelle e tacchi a spillo, maglie premaman e coprispalle striminziti: essere alla moda è più facile di prima e ciascuno segue l’estro del momento.

Pescare dal baule il vestito hippy, recuperandolo a nuova vita, è, per dirla con termine chic, ‘vintage’ ma soprattutto economico, salvo il costo della lavanderia (low cost anche quella): a balze, colorato, con le frange, tutto è in linea con la moda proposta alle sfilate. Se l’armadio è vuoto, e quello dei parenti anche, ecco il mercatino venire in soccorso: grazie alla sterminata produzione made in China che ha invaso il mondo, camicette avvitate con maniche a palloncino, accostate sul seno e svasate in fondo oppure di voile semitrasparente e con rouches, costano non più di 10 euro e si trovano in decine di colori, tutti di tendenza. Stretti appena sotto il ginocchio oppure lunghi e larghissimi anni ’70 in perfetto look Yuppi Du (l’omaggio della prossima Mostra di Venezia, almeno per la moda, non è casuale) oppure in jeans bianco candido, i modelli di pantaloni più in della stagione sono già sulle bancarelle a prezzi irrisori o a cifre ragionevoli nei negozi di abbigliamento.

Se un look totalmente costruito sulle bancarelle fa troppo popolare, ecco arrivare in soccorso l’outlet, una realtà di successo già da anni, frequentata dagli irriducibili della griffe, quelli che poco importa se il capo è di due stagioni fa, di un colore non proprio trendy e di una linea non esattamente corrente, purché sia di firma acclarata e soprattutto ben visibile. Spendere il 50-70% in meno di un capo acquistato nella boutique monomarca è esaltante per la fashion victim con portafoglio limitato. Mescolare abiti di stilisti di grido con la moda da mercatino è un’arte, che può essere creativa e persino divertente.

Gli astuti cinesi poi si stanno evolvendo: i loro uffici sono pieni di riviste di alta moda dalle quali trarre ispirazione e al lavoro per loro (come nel film Gomorra) ci sono molti giovani stilisti italiani disposti a mettere italico estro creativo al servizio della produzione made in China. Sul low cost, stile di vita e necessità di bilancio, l’Italia ha perso più di un treno: il boom degli store low cost come gli spagnoli Zara, Mango, Promod o come la catena svedese H&M, ormai impiantati anche da noi, la dice lunga su come spendono la gran parte dei consumatori: alla moda di stagione e a poco prezzo. E i grandi marchi? Più che italiani (salvo per gli accessori) gli acquirenti sono stranieri, giapponesi, arabi e i nuovi ricchi dell’Est, ma anche gli stilisti hanno fiutato l’aria e cominciano ad impegnarsi sull’e-commerce, la vendita on line a prezzi ridotti, ultima ancora per le fashion victim.

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