TIRO AL BERSAGLIO CONTRO I BAMBINI DOWN

ROMA  – Un gruppo contro i bambini down, definiti un “inutile peso”, “parassiti” con cui “giocare al tiro al bersaglio”. E la foto di un neonato con la parola ‘scemo’ scritta sulla fronte. Sono pagine-choc quelle che si incontrano su Facebook, uno dei socialnetwork ormai più usati e frequentati, in un raccapricciante gruppo a cui sono iscritte circa un migliaio di persone.
Pagine contro cui il popolo di internet si è già mobilitato, con petizioni on line e nuovi gruppi che stanno nascendo in queste ore. Deliranti i proclami contri i bimbi down che si leggono su Facebook: “E’ così difficile da accettare questa malattia… perché dovremmo convivere con questi ignobili creature… con questi stupidi esseri buoni a nulla? I bambini down sono solo un peso per la nostra società. Dunque cosa fare per risolvere il problema? Come liberarci di queste creature in maniera civile? – Ebbene si signori… io ho trovato la soluzione: Esso consiste nell’usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio. Una soluzione facile e divertente per liberarci di queste immonde creature”. E ancora: “Per non farli soffrire oltre questa è l’unica fine che meritano questi parassiti”.
La polizia postale sta monitorando il social network Facebook dopo il caso-choc esploso sul social network con il gruppo contro i bambini down, per cercare di individuare chi lo ha aperto e fare in modo che possa esser rimosso il prima possibile. Ma non è facile, spiegano gli esperti, intervenire per bloccare pagine e siti su internet. In particolare, per rimuovere le pagine di Facebook, sarebbe necessario agire tramite rogatoria internazionale che deve essere richiesta dalla magistratura: il server su cui ‘gira’ Facebook è a Palo Alto, in California e dunque l’Italia non può intervenire direttamente. Si può invece chiedere alla società americana – grazie agli accordi di collaborazione – la chiusura della pagina in tempi rapidi. Ed è quello che probabilmente succederà, visto che nei casi simili avvenuti in passato, il social network ha accolto le richieste provenienti dall’Italia. LEGALE, E’ REATO INCITAZIONE VIOLENZA – Quello commesso dal gruppo choc su Facebook, che incita alla violenza contro i bambini down, “é un reato che, come prevede il codice penale, rientra nelle fattispecie dell’apologia e incitamento a condotte violente e discriminatorie”. A spiegarlo è Massimo Melica, avvocato e Presidente del Centro Studi Informatica Giuridica Italia. “Spetta ora alla Polizia delle Comunicazioni – continua Melica – individuare i responsabili di questo reato”. Resta aperto il dibattito, aggiunge il legale, “sulle libertà digitali che garantiscono la divulgazione delle proprie opinioni in Internet. Tuttavia in casi del genere, nei quali ci troviamo in presenza di un reato, dette libertà non possono essere invocate”. Bisogna continuare a educare, sia in famiglia che a scuola, “i più giovani ad un uso consapevole e responsabile di Internet – dice ancora Melica -, solo così garantiremo lo sviluppo di una società dell’informazione più civile e attenta alle libertà fondamentali di ognuno. In un momento in cui internet è candidato al premio Nobel per la Pace 2010, e dove milioni di persone nel nostro Paese usano i social network per sviluppare ed ampliare nuove forme sociali e culturali – conclude – stride l’idiozia di pochi che, in assenza di qualunque rispetto civile, aprono un gruppo del generé.
38.000 I DOWN IN ITALIA
– In Italia un bambino su 1200 nasce con la sindrome di Down. Si stima che oggi vivano in Italia circa 38.000 persone con questa sindrome di cui il 61% ha più di 25 anni, persone derise e offese da un gruppo su Facebook. I dati sono dell’Associazione italiana persone Down. Grazie allo sviluppo della medicina e alle maggiori cure dedicate a queste persone la durata della loro vita si è molto allungata così che si può ora parlare di un’aspettativa di vita di 62 anni, destinata ulteriormente a crescere in futuro. così come é aumentato il loro inserimento sociale e nel mondo del lavoro.
LA SINDROME. E’ una condizione genetica caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più nelle cellule: invece di 46 cromosomi nel nucleo di ogni cellula ne sono presenti 47, vi è cioé un cromosoma n. 21 in più; da qui anche il termine Trisomia 21. Genetico non vuol dire ereditario, infatti nel 98% dei casi la sindrome di Down non è ereditaria. La conseguenza di questa alterazione cromosomica è un handicap caratterizzato da un variabile grado di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio del bambino.
LA DIAGNOSI. La presenza della sindrome di Down è diagnosticabile nel neonato, oltre che con un’analisi cromosomica, fatta su un prelievo di sangue, attraverso una serie di caratteristiche facilmente riscontrabili dal pediatra, di cui la più nota è il taglio a mandorla degli occhi (che ha dato origine al termine mongolismo). Il nome “sindrome di Down” viene invece dal nome del dott. Langdon Down, che per primo nel 1866 riconobbe questa sindrome (sindrome vuol dire insieme di tratti) e ne identificò le principali caratteristiche. La sindrome di Down può essere diagnosticata anche prima della nascita intorno alla 16a-18a settimana di gestazione con l’amniocentesi o tra la 12a e la 13a settimana con la villocentesi.
L’INSERIMENTO SOCIALE. La maggior parte dei bambini con sindrome di Down, spiega l’associazione nata nel 1979, puo raggiungere un buon livello di autonomia personale, imparare a curare la propria persona, a cucinare, a uscire e fare acquisti da soli. Possono fare sport e frequentare gli amici, vanno a scuola e possono imparare a leggere e scrivere. “I giovani e gli adulti con sindrome di Down possono apprendere un mestiere e impegnarsi in un lavoro svolgendolo in modo competente e produttivo”. Non si hanno dati statistici sul numero delle persone con sindrome di Down che lavorano ma ci sono lavoratori con sindrome di Down tra i bidelli, gli operai, i giardinieri ed altre mansioni semplici. Stanno nascendo inoltre anche alcune prime esperienze in lavori più complessi come l’immissione dati in computer o altri impieghi in ufficio.(ANSA)

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