Cool e utile. Così Babak Parviz, ricercatore dell’Università di Washington specializzato nelle bio – nanotecnologie, ha definito la sua creazione: un mini display inserito in una semplicissima lente a contatto. “Semplicissima” solo in apparenza. Nella sostanza è estremamente complessa e laboriosa. Un vero prodigio della tecnica.
La lente di plastica flessibile è infatti tappezzata di micro-led delle dimensioni di 1/3 di millimetro, collocati su strati di metallo spessi pochi nanometri e collegati tra loro grazie a una tecnica di microfabbricazione detta “self-assembly” (auto-assemblaggio). Attualmente vengono visualizzate solo semplici informazioni di tipo testuale, percepite dall’occhio come se si presentassero a una distanza di 30 centimetri.
L’obiettivo per il futuro è arrivare a trasmettere dettagliate immagini in movimento. Sarebbe un risultato non da poco, soprattutto considerato che una pupilla ha un diametro di soli 4 o 5 millimetri, uno spazio davvero ridotto per farci stare un “grande schermo”.
Le applicazioni però, già in questa fase embrionale, sarebbero infinite. I piloti potrebbero sostituire parte della loro strumentazione di bordo con delle comode lenti a contatto; gli automobilisti non avrebbero più bisogno di buttare l’occhio sul tachimetro; gli internauti più incalliti potrebbero consultare la Rete ovunque, in ogni momento, agevolati da monitor ormai invisibili. Le lenti perfezionate farebbero inoltre la felicità dei videogiocatori, che potrebbero finalmente tuffarsi appieno nei loro mondi virtuali, senza più alcuna limitazione esterna. Un universo di possibilità, anche commerciali.
Lo spettacolare accessorio – degno del migliore James Bond – ha concluso con successo una prima fase di sperimentazione. Resta però da verificare la totale biocompatibilità: bisogna accertare, in altre parole, che non danneggi la retina dell’occhio o altri tessuti né nel breve, né nel lungo periodo. Resta inoltre ancora un punto oscuro sotto il profilo tecnico: il problema energetico. Come dare potenza al micro monitor? Le soluzioni sono solo due: un’antenna miniaturizzata che trasmetta potenza tramite onde radio oppure delle cellule fotovoltaiche incorporate.
I ridottissimi palmari di ultima generazione e i telefonini così piccoli da perdersi nelle tasche non possono che sembrare dei “pachidermi” antiquati se confrontati con le creazioni di Parviz che, non a caso, punta il dito contro gli schermi, vero impedimento alla miniaturizzazione. “Le dimensioni dei display – ha spiegato il ricercatore a The Guardian – sono la causa per cui computer o cellulari non sono oggi più piccoli. Se noi spostassimo i display nelle lenti a contatto, potremmo rimuovere una consistente limitazione fisica dagli strumenti trasportabili”.
Non manca lo scetticismo, anche in ambito accademico. Il professor James Wolffsohn dell’università di Aston a Birmingham non esclude che la lente possa risultare estremamente fastidiosa e lesiva per l’occhio: solo un numero molto limitato di persone, particolarmente “tolleranti”, potrebbe quindi indossarla.
Per Wolffsohn i risultati fin qui raggiunti dovrebbero essere applicati a degli occhiali speciali, che non darebbero problemi di biocompatibilità e sarebbero indossabili senza rischi e fastidi da chiunque.
Il dibattito, tra gli scienziati, è aperto. Per tutti gli altri, aspiranti James Bond, non resta che attendere gli esiti.
(virgilio)

